LA TINTEGGIATURA ANALE (Prima parte)
“Dunque,” mi ha detto Lina, a pranzo, “hai dei bei maschioni a casa che ti tinteggiano le pareti?”.
“A dire il vero non li ho neanche visti”, ho detto io. “Ho lasciato le chiavi alla proprietaria. Se ne occupa lei. Del resto è lei che li paga”.
“Ma non sei curiosa?”, mi ha domandato.
“E su, dai. Sono lì per lavorare…”.
“Solo?”.
“Penso proprio di sì e, comunque, non mi va di andare lì a rompere”.
“Ma dico così, solo per dare una controllatina…”.
“A cosa? All’appartamento?”.
“Ma no, scema. Ai pittori”.
“Mamma mia, oh. Sei proprio curiosa”.
“Be’, insomma… Diciamo di sì”, mi ha detto lei sorridendo.
“Allora sai cosa ti dico? Facciamo un salto insieme. Dirò ai pittori che ero di passaggio e volevo capire come procedono i lavori”.
“Mi pare una buona idea”.
“Ma la cosa finisce lì”, ho aggiunto io.
“E tu ci credi?”.
“Non sappiamo neanche chi sono. Né, soprattutto, come sono…”.
“Appunto per quello dobbiamo andare a curiosare”.
Con Lina a volte era proprio impossibile ragionare. Aveva il cazzo stampato in testa. In questo, però, devo dire la verità, mi assomigliava.
Dopo pranzo ci siamo preparate per partire.
“Ammazza, oh”, ho buttato là io, “se venivi nuda facevi prima”. Infatti Lina indossava un vestitino rosso cortissimo. Le arrivava appena appena sotto il culo. “Le hai messe almeno le mutandine?”, ho chiesto, dubbiosa.
“Quelle sempre. Sennò come fanno a strappartele via?”, mi ha risposto, ridacchiando.
Ho scosso la testa e siamo uscite.
“Comunque anche tu, quanto a mini, non scherzi”, mi ha detto in macchina, mentre guidava.
“È la mia minigonna preferita”, ho fatto notare io.
“Roba che se ti pieghi un attimo ti vedono da parte a parte”, ha fatto lei, sghignazzando.
“Pensa per te, zoccola”, ho detto.
“Siamo sorelline, ricordatelo, bella”.
“In tutto e per tutto”, ho aggiunto io, sorridendole.
Siamo arrivate al mio appartamento. Parcheggiato davanti al cancello d’ingresso, c’era il furgoncino della ditta per l’imbiancatura.
“Sono al lavoro”, ha detto Lina.
“Lo spero bene”, ho ribattuto io.
Saliamo le scale. Io abito al primo piano. Prima di entrare, busso.
“Avanti”, ho sentito.
Ho infilato la chiave e siamo entrate.
“Salve”, fa un uomo, sui quarant’anni, in cima a una scala. “Voi siete?”.
“Oh”, faccio io, “buongiorno. Io sono l’inquilina dell’appartamento, Priscilla e lei è una mia amica”.
“Piacere, sono Lina”, ha detto lei.
“Ah, okay”, ha risposto lui. “Pensavo fosse la signora…”
Ovviamente si riferiva a Clara, la proprietaria.
“È stata qui oggi?”, ho domandato.
“Mezz’oretta fa”, ha detto lui.
In quel momento è comparso un signore, sui sessant’anni o poco più.
“Buongiorno”, ha detto, “stavo giust’appunto finendo il soffitto della camera. La signora mi aveva detto che volevate una corona sotto il soffitto, vero?”.
“Sì, esatto”, ho detto io. “Con la carta da parati”.
“Venga”, mi ha detto lui, “le mostro quelle che ho. Mi dica lei quella che la convince di più”.
Abbiamo seguito il signore fino in camera.
L’uomo ha cominciato subito a mostrarci dei campioncini.
“Comunque io sono Carlo”, ci ha fatto sapere mentre sfogliava il campionario.
Io e Lina abbiamo fatto le presentazioni e, a un certo punto, puntando il dito, ho detto:
“Questa. Questa è perfetta”.
“Ottima scelta”, ha detto lui. “Ce l’ho nel furgoncino qui sotto”.
Quello sui quarant’anni, intanto, era sceso dalla scala ed era dietro di noi. Ci osservava.
“Giulio”, gli ha detto Carlo, “ti va di scendere un attimo e andare a prendere questo motivo?”.
“D’accordo”, ha risposto lui, squadrandomi da testa a piedi. Subito dopo ha lasciato la stanza ed è sceso.
“Voi due siete una coppia?”, ci ha chiesto Carlo, mentre si puliva le mani con uno straccio.
“Non esattamente”, ho specificato io. “Amiche”.
“Ah, okay. Ma vivete tutte e due qui?”.
“No”, ha fatto Lina. “Ci vive solo lei”, indicandomi.
“Scusate se sono indiscreto…”.
“Ah, non si preoccupi”, ho detto io.
“Siete… trav… estite, vero?”.
“Proprio così”, ha detto Lina, alzando le spalle.
“Era solo una curiosità. Non ho pregiudizi”, ha detto Carlo.
“Buono a sapersi”, ho osservato io. “Fossero tutti intelligenti come lei”.
“Eh, lo so… Molta gente certe cose non le accetta. Be’, peggio per loro”, ha detto, voltandoci le spalle e sistemando una scala. E poi ha aggiunto: “E, mi dica, quanto alta la vuole la cornice della corona, più o meno”.
“Non lo so”, ho detto io. Lina stava a guardare il soffitto. “Se le vuole le mostro”.
“Come vuole”, ha detto Carlo.
Nel frattempo era tornato anche Giulio.
“Eccola qua”, ha detto, poggiando la carta da parati a terra.
Mi appoggio alla scala e salgo fino a quasi in cima.
“Ecco”, ho detto, “più o meno fino a qua”, alzando il braccio e indicando il punto.
Intanto Giulio, stretto nella sua tuta bianca, mi guardava il culo che, dalla sua posizione, doveva vedere molto bene.
Carlo invece fissava il soffitto e il punto che gli stavo indicando.
“Hai capito fino a dove lo vuole la signorina?”, ha chiesto, a quel punto, Carlo a Giulio.
Giulio, con un leggero ghigno, gli ha risposto:
“Ah! non so fino a dove lo vuole, ma sono sicuro fino a dove glielo infilerei”, ha detto.
Lina è scoppiata a ridere.
“Senti, senti”, ha detto subito dopo. “Hai capito, Priscilla?”.
“E fino a dove?”, gli ho chiesto scendendo la scala lentamente.
Carlo era nel più vivo imbarazzo. Ora guardava a terra. Sembrava impassibile.
“Fino alle palle”, ha proferito invece Giulio a cui stava crescendo una protuberanza sotto la tuta.
A quel punto Lina, che era vicina a Giulio, ha allungato una mano e gli ha tastato il pacco.
“Be’”, ha detto, “preparati, allora Lilla, qua l’affare è grosso”.
“Qui la situazione sta andando fuori controllo”, ha fatto notare Carlo.
“E meno male”, ho aggiunto io ridendo.
In quel momento Lina ha abbassato la cerniera della tua di Giulio. Sotto era in mutande e a torso nudo. Il pacco, nelle mutande, gli stava scoppiando.
Giulio ha messo una mano sul culo di Lina e ha cominciato a palparglielo. Lei era già tutta eccitata.
Liberatosi della tuta, Giulio si è calato le mutande. Il cazzo è saltato fuori a molla.
Carlo osservava e basta, divertito.
Io mi sono chinata e ho preso tutto il cazzo di Giulio in bocca. Ma non riuscivo ad arrivare fino alle palle. Era troppo grosso e lungo, sopra i venti centimetri, sicuro.
“Ho detto fino alle palle”, ha detto lui, spingendomi la testa contro il cazzo e trattenendomi così.
Sentivo la punta della cappella sfiorarmi l’ugola. Non riuscivo più a respirare.
Lina, intanto, si era messa sotto di lui, che era a gambe aperte, e aveva iniziato a leccargli i coglioni.
“Che troie”, ha esclamato a quel punto Carlo, svestendosi.
Non appena Giulio sé deciso a lasciarmi la testa, mi sono tirata su e ho avuto tre conati di vomito. La saliva mi usciva ai lati della bocca. Una specie di bava che mi è caduta sulla camicetta.
“Avanti. Di nuovo”, ha ordinato Giulio, riafferrandomi la testa e tirandola forte verso di sé. “Vedi che entra fino alle palle, se vuoi”, ha detto.
Aveva ragione. Anche se non riuscivo a respirare. Ma la cosa mi stava eccitando a tal punto che avevo iniziato a sbrodolare.
Alla terza volta, ormai ricoperta di saliva, mi sono voltata verso Carlo. Era in piedi, con il cazzo ben ritto, che si segava.
Lina, lasciate le palle di Giulio, è andata ad occuparsi di quelle di Carlo, mentre lui si smanettava.
“Leccami i coglioni, sì, troia”, le ha detto.
A queste parole Lina ha risposto ciucciandogli le palle come fossero due caramelle gommose.
Giulio, intanto, dopo avermi sfilato la gonna e la camicetta, mi ha presa in braccio e portata sul tavolo in cucina. Mi ha parcheggiata la sopra, aperto le gambe, spostato il perizoma, si è incappucciato, e, senza preavviso, mi lo ha sbattuto dentro e ha cominciato a pomparmi con un ritmo forsennato. Tanto che ho dovuto urlare.
“Voglio sentirti gridare, vacca”, ha detto lui. “Gridare”.
Infatti gridavo, incurante del fatto che i vicini potessero sentirmi (anche se ormai mi conoscevano).
Il suo cazzo era grosso e curvo. Lo sentivo premere fin nella viscere.
Sono venuta di culo.
Mi ha sbattuta sopra la tavola per un quarto d’ora poi, a un certo punto, mi ha ripreso in braccio e mi riportato nell’altra stanza.
Li abbiamo trovato Lina a novanta con Giulio, da dietro, che ci dava dentro.
“Questa qua”, ha detto Giulio a Carlo riferendosi a me, “ha un culo talmente rotto e slabbrato che un cazzo solo non le basta”,
Mi ha depositata sul letto. E poi, avvicinandosi a Lina, le ha detto.
“Tu, troia, sdraiati a gambe aperte sul letto e inarca la schiena”.
Carlo ha sfilato il suo cazzo dal culo di Lina e ha atteso istruzioni.
Lina si è posizionata come le aveva ordinato Giulio: gambe aperte e inarcando leggermente la schiena, in modo da tenere il culo un po’ sollevato rispetto al materasso.
“Tu, vacca”, questa volta riferendosi a me, “a quattro zampe e lecca il culo della troia, avanti”.
Lina mi guardava. Sul suo volto ho letto un sorriso misto a piacere.
Mi sono messa a quattro zampe e ho infilato la mia lingua nel pertugio di Lina, che era bello aperto.
“Hai capito cosa dobbiamo fare?”, ha chiesto Giulio, guardando Carlo. “Vero?”.
“Infilarglielo fino alle palle”, ha risposto quest’ultimo.
“Esatto. È quello il motto”.
Il primo ad appoggiare la sua cappella al mio buco è stato proprio Carlo. Ho sentito il cazzo entrare con un colpo secco. Subito dopo, ha cominciato a trafiggermi anche Giulio, piano piano, con qualche difficoltà. Io gridavo mentre leccava il buco di Lina che, intanto, sbrodolava come una cagna. Una volta infilati i due cazzi, hanno cominciato a spingermeli dentro senza pietà.
Sono venuta di culo, gridando.
“Tutti e due nel culo della vacca”, ha detto Giulio. “Vedi come entrano bene. Ce ne vogliono due, per farla godere”.
Carlo era taciturno. Forse perché si stava concentrando sull’atto.
A Lina, intanto, si stava ingrossando la pisella nella mutandine.
Giulio se ne è accorto immediatamente.
“Eh no eh”, ha detto. “Non si fa così. Schiaffeggia la pisella della troia”, mi ha ordinato.
Ho dato una schiaffo leggero alla pisella di Lina.
“Forte”, ha intimato lui mentre, assieme a Carlo, continuava a lavorarmi il culo.
Ero talmente eccitata che tremavo. Riuscivo solo a urlare e a venire di continuo. Ho tirato uno schiaffone alla pisella di Lina con tutte le forze che mi erano rimaste.
Lei ha gridato dal dolore.
“Bene così”, ha detto Giulio.
Dopo dieci minuti hanno sfilato i loro cazzi dal mio culo e Giulio, dopo averci sputato dentro, ci ha infilato un braccio.
“Guarda, un cavallo ci vuole qua”, ha detto.
Io stavo per perdere i sensi. Lina se ne è accorta e mi ha schiaffeggiato.
Giulio faceva dentro fuori con la mano nel mio culo.
Poi, liberando il mio culo, ha tirato verso di sé Lina, l’ha parcheggiata a fianco a me, e glielo ha sbattuto dentro, pompandola con forza.
Lei voltava gli occhi all’indietro, mentre mi guardava.
Carlo, per emulare Giulio, mi ha infilato la sua mano.
“Queste non ne hanno mai abbastanza di cazzo, caro mio”, ha detto Giulio, parlando a Carlo.
“Mi sa anche a me. Mai viste due mignotte simili”, ha ribadito Carlo.
Finché non ci hanno girate e fatte sedere sul letto.
Giulio sbatteva la sua grossa cappella sulla faccia di Lina. Lei tirava fuori la lingua.
“Un po’ per ciascuna, mignotte. Non siate ingorde, eh?”, ha detto Giulio.
Poi è venuto da me ha cominciato a sbattermelo sulla lingua, segandosi.
“Vacca”, ha detto, menandoselo e, un istante dopo, ansimando… “aghnt, aghnt, aghnt ”, ha fatto partire un fiotto di sborra che mi è arrivato sula labbra. Subito dopo un altro, in bocca. Un attimo, e ha voltato l’asta verso Lina, vuotandosi completamente le palle nella sua bocca.
Io e Lina ci siamo pulite le labbra con la lingua e abbiamo mandato giù tutto il latte. Immediatamente dopo si è avvicinato Carlo, segandosi velocemente.
“Voltati”, mi ha detto.
Mi sono voltata.
Giulio, lì vicino, mi ha aperto le chiappe con entrambe le mani in modo che il mio buco fosse pronto alla tinteggiatura.
Carlo, appena la ha visto, ha scaricato dentro tutto.
Io, con la sborra che mi scendeva lungo le gambe, ho spinto fuori fino all’ultima goccia.
Lina, vedendola uscire, ha cominciato a leccarla tutta.
“Servizievoli e mignotte”, ha detto Giulio. “Cosa vuoi trovare di meglio?”.
Carlo non ha aggiunto altro. Cercava i suoi boxer.
“Sono qua”, gli ho detto, passandoglieli.
“Oh, grazie”, ha detto lui, “non avrei voluto tornare a casa da mia moglie senza mutande”, ha aggiunto.
Siamo scoppiati a ridere.
“Eh, ti credo, gli dico”, alzandomi.
Lina era in trans. Aveva le mutandine più zuppe delle mie.
“Sono distrutta”, ha detto.
“A me lo dici?”, ho fatto io.
Giulio si stava infilando la tuta bianca.
“Domani, se volete”, ci ha detto, “siamo ancora qua. Il servizio sarà più severo, però. Preparatevi, se volete venire”.
Io e Lina, incuriosite e ingolosite, abbiamo chiesto:
“Non puoi svelarci qualcosa?”.
“No, presentatevi domani e lo scoprirete”.
“Io domani non ci sono”, ha detto Carlo, avvicinandosi, “lo sai”.
“Ah”, ha fatto Giulio, “saprò occuparmene io”.
In quel momento sentiamo qualcuno che bussa alla porta.
Io e Lina ci rivestiamo e ricomponiamo in fretta.
“Venga, venga pure”, ha detto Carlo, accogliendola (era la signora Clara), “stavamo giust’appunto decidendo con Priscilla come voleva la corona sottotetto”.
“Oh, ecco, sì”, ha detto Clara, notando qualcosa di strano sulla mia fronte. “Ma… che cos’è questo?”, levandomelo.
Con la sostanza tra le dita, nota che è appiccicaticcia.
“Collante, signora”, si è affrettato a dire Giulio, “tipo silicone. Forse è caduta una goccia dal soffitto”.
“Oh, be’…”, ha detto lei. “Sembra tutt’altro, a dire il vero, ma vabbè. Non me ne intendo”.
La signora Clara ha quasi sessantacinque anni. È una bella donna, ancora, abbastanza in forma.
“Comunque tutto a posto”, ha aggiunto, “posso andare. Domani finite?”.
“Sì, domani, finiamo di sicuro. Carlo non c’è ma, se non riesco a fare tutto io”, guardando me e Lina, “posso farmi aiutare da Mattia, se è disponibile”.
“Come volete”, ha aggiunto lei.
Ma, mentre usciva, ho notato una cosa che mi ha fatto riflettere fino a sera. La signora Clara si è portata le dita alla bocca, e le ha ciucciate avidamente.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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